Bettino segretario Venerdì 23 Maggio 2003

 

 

 

 

 

 

 

Caro dottor Gervaso, sono un giovane studente di scienze politiche, iscritto al primo anno, ma la storia del nostro Paese la conosco poco, o non come vorrei. Un po' per colpa mia, un po' per colpa di certi docenti e di certi libri di testo che la storia ce l'hanno insegnata male, inquinandola con l'ideologia. Le mie idee non sono le sue: lei è liberale; io, socialista. Negli anni Ottanta avrei votato per Craxi, che avrà commesso i suoi errori, ma mi sembra sia stato un buon leader. Le sarei grato se mi raccontasse come divenne segretario del partito, e quando.
Manlio Rosetti
- Roma.
Nella seconda età degli anni Settanta, il PSI era in stato confusionale. Il segretario in carica, De Martino, era, come si dice, un uomo di cultura e di specchiata moralità, ma non aveva la stoffa del politico, né quella del capo. Sognava, come a suo tempo aveva sognato Nenni, fior di tribuno, onesto e simpatico, entusiasta e passionale, ma niente di più, un bel pateracchio con il PCI (un ritorno al vecchio, suicida fronte popolare). Non tutti erano d'accordo, a cominciare dagli autonomisti del pentito Nenni. Bisognava contarsi. Un congresso avrebbe portato via troppo tempo: meglio un comitato centrale, convocato in quattro e quattr'otto in un albergo romano sull'Aurelia, lo storico Midas. Nella sua grande sala, ma anche nei suoi ambulacri, si sarebbe assistito a un funerale: quello dello svogliato e inciucione De Martino. Correva l'anno 1976.
I candidati, come sempre capita quando non si hanno le idee chiare, erano tanti, e nessuno sembrava in grado di raccogliere la maggioranza dei voti e cucirsi sul petto i galloni di segretario. Perché non puntare su un outsider, un cavallo non in lizza, che in qualunque momento, per qualsiasi motivo, si poteva sbardare e ricondurre alla sua lettiera? L'idea piacque ai capibastone e qualcuno fece il nome di Bettino Craxi, pupillo di Nenni. Un curriculum, comunque, di prim'ordine: ex vicesegretario e, da un paio di settimane, capogruppo a Montecitorio. Un apparatchik di casa nelle sezioni, anche le più periferiche, della sua città, Milano, e della Lombardia.
Regista dell'operazione, il calabrese Giacomo Mancini, già segretario del PSI, uomo volitivo e pragmatico. Bettino gli stava bene, ma il suo placet non bastava. Ci voleva anche quello dei demartiniani che, non amando Nenni, non amavano il suo erede designato. A questo punto, scese in pista il cavallerizzo umbro Enrico Manca, delfino del professore napoletano, che con quei voltafaccia che in politica si chiamano ripensamenti, s'impegnò a sostenere Craxi. Il suo favore portò con sé quello di Claudio Signorile, "leader emergente della Sinistra".
La direzione votò e Bettino Craxi ebbe ventitré "si", nessun "no", e otto astensioni. Il compagno Mosca, soddisfatto, confidò a Mancini, che non la pensava allo stesso modo: "Bettino non conta un cazzo e può mettere tutti d'accordo".
Più che d'accordo, mise tutti in riga. E in riga li terrà per diciassette anni. Indossò i guantoni e salì sul ring, e da vecchia volpe - ma anche leone - della politica, collocò suoi uomini nei posti-chiave: Guadalupi alla segreteria amministrativa e Martelli, che gliene sarà sempre grato, fino a voltargli le spalle nel momento della disgrazia, nel "settore cultura e spettacolo".
"Bettino - scriverà Italo Pietra - parla fuori dei denti; ridiscute tutto; ...ha l'aria di quei cowboy sbarbatelli che entrano per la prima volta nel saloon pieni di grida, di tonfi, di sfide, di donne scollate, e nessuno gli bada". Non contento, "prende di petto il padreterno della Sinistra Carlo Marx e lo manda in soffitta". Quindi sentenzia che "leninismo e pluralismo sono termini antitetici: se prevale il primo, muore il secondo". Chi può lo contesta, ma lui lo zittisce con esempi e richiami storici che sono, o dovrebbero essere, sotto gli occhi e nella buona coscienza di tutti.
Il bersaglio dei suoi bersagli è il compromesso storico, che ha i più autorevoli sponsor nel monastico e schivo Berlinguer e nel languido e fatalista Moro, segretario, il primo, del PCI; emblema, il secondo, di una DC sempre più pavida e compromissoria, pronta a tutto pur di non perdere l'unica cosa che le sta a cuore: il potere. Il matrimonio fra il diavolo rosso e l'ormai attempata e navigata matrona biancoceleste sarebbe stata una iattura, fonte d'irreparabili equivoci ideologici, d'invereconde mistificazioni etiche, d'immani saccheggi economici. La peggiore magagna nazionale, la doppia morale, e l'astronomico debito pubblico, sono il retaggio anche di quell'incestuoso connubio, mai ufficialmente celebrato, ma consumato sotto il banco e nel retrobottga del potere palatino.
Al perverso inciucio Craxi dichiarerà guerra, impedendone la consacrazione ufficiale, che avrebbe fatto di una democrazia un regime. In nome, un po' di Marx, riveduto e corretto; un po' di Cristo, nemmeno interpellato.
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